martedì 8 gennaio 2008

La mia città.

Vivo da sempre a Catanzaro, tranne la parentesi dell'Università che mi ha portato felicemente in altri posti a cui ormai sento di essermi legato, come cultura e come ricordi. Città dagli antichi fasti, fiorente nei commerci della seta molti secoli fa, la Catanzaro di oggi è un piccolo borgo, con circa novantamila abitanti, rimasto tale e poco sviluppato in servizi e attività commerciali; nessun residente credo avrebbe la presunzione di affermare che vive bene in questa città, tristemente con Vibo Valentia e altre città del sud condivide il primato di luogo meno vivibile d'Italia. Le vie sono quelle di cinquant'anni fa, anguste e tortuose, senza possibilità di districarsi da ingorghi pazzeschi e sfuggire dalla caoticità di una città con pochi parcheggi. Un
capoluogo di Regione sfornito di Aereoporto (il più vicino dista 35 km e si trova a Lamezia terme), di sede RAI (l'unica per la Regione è quella di Cosenza) e che non ha previsto un possibile sviluppo oltre la confluenza dei fiumi che la solcano . Dicevo mancanza di servizi, sanità contorta e poco efficiente: vittima di accordi politici e clima da clientelismo sfrenato? Forse sì, le ultime tragiche notizie di cronaca confermano che gli Ospedali del capoluogo di Regione non brillano in grande professionalità e pulizia, numerosi i controlli che hanno evidenziato simili problemi. Per ogni visitatore, che occasionalmente si trova a visitare la mia città, ovviamente con gli occhi poco rassicuranti di chi in questa terra non ci è nato, la domanda è sempre la stessa: come fai a viverci? Hai mai pensato di lasciare tutto e trasferirti in un altro luogo? Sinceramente, a volte provo vergogna e scherno, non mi pongo spesso il problema. Lo faccio per non abbattermi, o come dice qualcuno per non rendere ancora più penosa la mia sopravvivenza in questa presunta urbe dai ritmi frenetici e dagli eterni irrisolti problemi. Quanti sono andati fuori, presi dallo sconforto e dalla non felice prospettiva di guadagni al nero, si accorgono adesso di aver fatto la cosa giusta. Resta solo chi ha le giuste “maniglie” per ambire ai posti nella pubblica amministrazione o in enti dove è d'uso comune infilare per affinità politica o parentela i propri amici, ma questo è l'unico modo di trovare lavoro in una realtà avara e sempre più vittima delle proprie usanze. Il mio sentimento, provato nel corso degli anni, ha connotati sempre intrisi di malinconia e sconforto, vorrei addolcire questi strani pensieri,che come ombre, offuscano anche i lati positivi di noi Catanzaresi, con un plauso a chi da tanta tristezza e sconsolata mestizia ne esce con forza e con una speranza nuova. Un istinto di rinascita morale e culturale, che affondi le radici nella memoria di che ha lottato e raggiunto dei traguardi veri di libertà, di rinnovamento e di progresso . Cosa dire poi della mancanza di legalità, degli abusi fatti in nome dell'anarchia più bieca; la mancanza di solidarietà, il sopruso facile e l'assenza di una qualsiasi forma di senso civico. Siamo in presenza di una trincea innalzata per garantire al proprio orticello un futuro dignitoso e avvezzo ai ritmi e alle strutturali storture calabresi. Quale prospettiva per i nostri figli? Nessuna penso, è ancora presto per sovvertire simile realtà e per far rinascere un territorio martoriato più dagli stessi uomini, che dalla natura che lo ha reso stupendo dal tempo delle Magna Grecia.

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