sabato 22 ottobre 2016


Un giorno a Savelli

Sulla strada che si inerpica su in montagna c’è il tempo perduto, quello delle cose vissute mai abbastanza e ricche di fascino, affiora quella sensazione prevalente di pace e tranquillità che assale piacevolmente il visitatore. Gli alberi secolari e il tortuoso saliscendi nascondono in parte la sagoma del paesino, abbarbicato sul monte e quasi inaccessibile agli occhi indiscreti, forte di un passato rurale e contadino che nessuno qui dimentica e anzi rappresenta motivo di orgoglio. Il senso dell’appartenenza e dell’identità culturale-antropologica è molto spiccato, qui il cittadino vive anche per il suo paese e lo fa con un senso civico commovente. Appena giunto alle prime case del paese e su prezioso consiglio di Peppino mi fermo a riempire le bottiglie alla “fontana vecchia” dove quattro canali confluiscono in una unica vasca, presso la quale le donne un tempo venivano a lavare i loro panni.   L’impressione che ho al mio arrivo è straordinariamente nuova, forse la voce della civiltà qui ha attutito i suoi ritmi, il lento accadere delle cose e dei giorni rende questo luogo pregno di quel carattere aulico quasi desueto nella società attuale. Le viuzze si dipanano dolcemente, in un corollario di voci e profumi sconosciuti o dimenticati; le case (raramente palazzine) sono addossate le une alle altre, come se volessero familiarizzare in una sorta di abbraccio inglobando gli occupanti, dediti alle loro faccende o impegni giornalieri. Ogni portone racconta la sua storia, il perdurare di vecchie usanze e tradizioni che qui, solo qui, assumono ancora una valenza assoluta e irripetibile. Il cugino Peppino, come spesso succede quando saliamo a Savelli, è sempre sommerso dai saluti affettuosi dei suoi compaesani, alcuni lo ricordano come insegnante ai corsi serali negli anni 80. Altri tempi, specie quando i lunghi inverni costringevano i savellesi a limitare le loro relazioni umane e il paese risultava spesso isolato per la neve caduta. L’ altitudine e la vicinanza con i boschi silani rendono questo ameno luogo freddo d’inverno e  fresco d’estate, nel vicino comprensorio del Pino Grande vi soggiornano spesso vacanzieri provenienti dallo stesso Savelli e dalle città più vicine. Gente umile, che vive dignitosamente, senza nessun eccesso ma con la propria convinzione di riuscire, con i propri modestissimi guadagni,  a far fronte alle varie vicissitudini familiari. Anche i pensionati qui hanno un’anima,  intenti al lavoro nei campi quando la salute e l'età non troppo avanzata glielo consente; sono i perni attorno ai quali la comunità prospera e cresce. Nessuno è messo da parte o ritenuto di peso per la comunità.  C’è un’aria di festa, di tradizioni, di lavoro onesto e di gente umile, di cose sane come il pane di grano appena fatto o il profumo di sugo che si spande attraverso i vicoli ancora umidi di pioggia. Non esiste da queste parti la frenesia del vivere, tutto è piacevolmente ovattato...anche i pensieri corrono lenti,  sanno di intimità e luce.

 

Sono terre che grondano di fatica, sangue e abbandono, hanno perso il vincolo naturale con le genti che le colonizzarono nel 1638 in seguito al disastroso terremoto che rase al suolo parecchi abitati e dispensò morti e povertà.  Tantissimi furono alla fine dell'ottocento,  dalla caduta della dinastia borbonica,   gli abitanti di Savelli che emigrarono nell'America Latina, Stati Uniti,  Australia e per finire anche in Francia, Germania, Svizzera e Belgio. Dopo anni di usurpazione delle terre alla povera gente da parte del Barone Toscano, la popolazione si ribellò energicamente riappropriandosi delle loro proprietà e destituendo la vecchia amministrazione. Successivamente nel 1860 quando il proclama di Garibaldi negò la distribuzione delle terre, scoppiarono violente sommosse alimentate da gente del luogo, da contadini poverissimi, soldati borbonici e da malfattori senza scrupoli che incominciarono a diffondere il brigantaggio nelle zone silane sul finire del 1860.  A tal proposito fu istituita una Guardia Nazionale a Savelli per combattere la piaga del brigantaggio.

Nessun commento: